Minimalismo e lavoro: pronti a "fare meno e meglio"?

 

“Minimalism: a documentary about the important things” (2016), girato dal registra Matt D’Avella, parte da una forte critica al modello consumistico statunitense e all’idea di “sogno americano” per arrivare a lanciare un messaggio ben più ampio e “rivoluzionario”: i beni materiali sono fatti per essere usati e non per renderci felici - la felicità è data dalle persone che fanno parte della nostra vita e dalle esperienze che facciamo - si può essere più felici possedendo meno (“less is more”)


Dalla visione di questo documentario in un caldo pomeriggio di settembre, ha avuto inizio questa mia riflessione sul concetto di “minimalismo”.


Il minimalismo, in cui mi trovo rappresentata, lungi dall’essere un concetto radicale ed estremo, pone al centro le cose realmente importanti per la persona, ossia quelle che aggiungono un effettivo valore alla sua esistenza e comporta un’eliminazione del superfluo. In altre parole, l’approccio minimalista non spinge l’individuo verso una rinuncia totale quanto, piuttosto, la selezione di quei beni tangibili o intangibili di cui egli/ella non può fare a meno per sviluppare la sua vita e dare seguito ai suoi progetti.
È indubbiamente più semplice, quando si parla di “minimalismo” pensare all’arredamento di una casa o all’organizzazione di un armadio o guardaroba. Tuttavia, se qualcuno mi chiedesse se è possibile approcciare in modo minimalista anche al proprio lavoro o alla propria professione, per quella che è la mia esperienza risponderei di “sì”.


Nella mia visione, l’approccio minimalista al lavoro passa anzitutto per una attenta “lettura della complessità”, che significa prendersi il tempo per analizzare con obiettività lo scenario in cui ci si muove al fine di coglierne la moltitudine di livelli (operativo, strategico, relazionale, emotivo, ecc.) e le diverse attività (sollecitate da noi stessi o dall'esterno).
Il minimalismo nel lavoro, ai miei occhi, sembra poi ruotare intorno ad alcune “parole magiche”:

  • Concentrazione. Per arrivare ad un buon livello di concentrazione, è necessario disattivare temporaneamente tutte le distrazioni che abbiamo attorno. Non è un compito semplice, considerando che viviamo nell’epoca delle continue sollecitazioni esterne e del multitasking. Per aumentare la produttività del nostro tempo e la qualità dei risultati, occorre però imparare a farlo.
  • Selezione e definizione delle priorità. In altre parole, riuscire a riconoscere - e quindi scegliere - ciò che è realmente importante fare nella giornata lavorativa o più in generale per il nostro ruolo. Nel darsi delle priorità occorre essere consapevoli che le To Do List infinite difficilmente riescono ad essere portate a compimento, generando così un senso di frustrazione che toglie energie emotive necessarie per il pensiero e d'azione. Meglio concentrarsi su tre o quattro cose davvero prioritarie in una giornata (aggiungendo eventualmente altro, dopo il completamento delle prime) ed imparare a “dire di no” a tutto quello che non è realmente importante, necessario o strategico. 
  • Valori. I nostri valori, ci motivano e spingono all’azione e possono offrire un grande aiuto nelle fasi di “scrematura” e “prioritizzazione” degli impegni. Vivere e lavorare in modo coerente con propri valori è sempre auspicabile e garantisce una maggiore centratura della persona, contribuendo inoltre alla sua serenità e felicità. Quando ciò non è possibile, però, è importante saper portare a termine un lavoro con lo stesso impegno che mettiamo nelle cose che sentiamo più vicine al nostro essere. Capita di sovente a tutti noi di dover fare qualcosa che non ci stimola, rappresenta o che non sceglieremmo spontaneamente di fare. Ad eccezione dei casi in cui l’impegno richiesto sia in una posizione di contrasto grave rispetto al nostro sistema valoriale, suggerisco di affrontarlo, risolvendo  attraverso l’azione.
  • Delega. "Fare troppo e Fare tutto da soli" può non essere la scelta corretta e spesso consegue alla nostra incapacità di fidarci e affidarci all'aiuto di qualcun altro. Può nascondere anche la falsa credenza che delegare stia per "abbandonare del tutto” qualcosa, quasi lasciassimo andare una parte di noi stessi. Chiedere aiuto, invece, può essere la svolta fondamentale in tutte quelle professioni che si svolgono da soli (come per esempio il libero professionista) dove non si possiede una struttura organizzativa alle spalle che svolga tutte quelle attività che sottendono alla professione ma non sono il cuore della stessa, la delivery. La capacità di delegare, in definitiva, supporta molto l’adozione di uno stile minimale sul lavoro. Al tema della delega, ho dedicato un articolo alcuni mesi fa.
  • Efficienza e risparmio. Con quante agende o calendari gestisci i tuoi appuntamenti? Tramite quanti canali i tuoi clienti, collaboratori, responsabili possono raggiungerti? Quanti software, laptop, notebook, computer, tastiere, utilizzi per lavorare? Tutti questi strumenti sembrano potenziare il tuo lavoro, ma in realtà comportano costi notevoli sia in senso economico che di energie mentali.  Inoltre, ricorrere ad uno strumento alla volta – anziché attivarne molteplici con funzioni quasi analoghe – ci permette di fare un investimento più consistente su quelli veramente utili e di supporto al nostro lavoro. Anche in questo caso la delega funziona benissimo.

Dulcis in fundo...un elemento che non ho voluto inserire nella lista ma che sottende un po’ a tutto il discorso, la corsa al successo economico e alla ricchezza (intesa come possesso di cose materiali). Lo slalom fra mille attività e obiettivi è fonte di stress eppure, come ricordato nel documentario “Minimalism” menzionato sopra, se il reddito annuo di una persona scende sotto ai 75.000 dollari diminuisce la felicità ed aumentano stress e tristezza, ma se supera questa quota ad aumentare è solo la percezione della qualità di vita, mentre il livello di felicità rimane stabile (Daniel Kahneman e Angus Deaton, Princeton University, 2016). I soldi, quindi, fanno la felicità solo fino ad una certa soglia, poi agli esseri umani serve altro.


In questo anno così complesso e straordinario, mi sono ritrovata senza neppure averlo scelto a condurre una vita più minimalista e mano e mano che il tempo passa percepisco sempre più chiaramente i benefici di questo accadimento. A volte ciò, che non scegliamo rappresenta un’opportunità di scoperta, sviluppo ed evoluzione.

 

“Less is more”, espressione comunemente tradotta come “meno è più”, nel suo significato originario esprime più precisamente il concetto di “meno è meglio”, che io ho modificato in "meno e meglio": ossia fare meno, ma farlo in un modo migliore.
 

Con l’augurio di una ripartenza minimalista.

 

Laura Cavaldesi
Business, Executive & Corporate